venerdì 17 febbraio 2023

Sabato 18 /02/2023 . Shabbat Shalom שבת של



Una delle frasi più famose della Torà fa la sua comparsa nella parashà di questa settimana.
È stata spesso usata per caratterizzare la fede ebraica nel suo insieme. Si tratta di sole due parole: na’aseh venishma, letteralmente, “faremo e ascolteremo” (Esodo 24:7). Cosa significa e perché è importante?...

Ci sono due famose interpretazioni, una antica, l’altra moderna. La prima compare nel Talmud babilonese, dove viene presa per descrivere l’entusiasmo e la generosità con cui gli israeliti accettarono l’alleanza con Dio al monte Sinai. Quando dissero a Mosè: «Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo», in realtà dicevano: Qualunque cosa Dio ci chiederà, noi la faremo – e lo dissero prima di aver udito alcuni dei comandamenti. Le parole “Noi ascolteremo” implicano che non avevano ancora udito – né i Dieci Comandamenti, né le leggi dettagliate che seguirono come stabilito nella parashà di Mishpatim. Erano così desiderosi di segnalare il loro assenso a Dio che hanno acconsentito alle sue richieste prima di sapere quali fossero...


La seconda interpretazione – non il semplice senso del testo ma comunque importante – è stata data spesso nel pensiero ebraico moderno. Da questo punto di vista na’aseh venishma significa: “Faremo e capiremo”. Da ciò derivano la conclusione che possiamo comprendere l’ebraismo solo facendolo, eseguendo i comandamenti e vivendo una vita ebraica. In principio è l’azione. Solo allora arriva la presa, l’intuizione, la comprensione.

Da ciò segue un’importante conseguenza. Il giudaismo è una comunità di fare piuttosto che di “sentire”.



https://www.mosaico-cem.it/vita-ebraica/parasha-della-settimana/parashat-mishpatim-fare-per-capire-perche-lebraismo-e-una-comunita-dellazione/

venerdì 10 febbraio 2023

Sabato 11 /02/2023 . Shabbat Shalom שבת שלום--


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lotDopo che gli ebrei sono fuggiti dagli egiziani e sono sopravvissuti allo scontro con Amalek, la notizia delle loro avventure raggiunge Yitro, suocero di Moshe. Yitro viaggia per incontrare suo genero e partecipare alla celebrazione degli ebrei. Com’è descritto nel testo, il loro ricongiungimento è toccante ed emozionante, non solo a livello personale ma anche perché Yitro esprime stupore e gratitudine per i grandi miracoli che D-o ha compiuto nel riscattare, proteggere e sostenere il popolo ebraico. I sentimenti di felicità ed empatia di Yitro sembrano sinceri...

La sua felicità 

è molto più della risposta sollevata di un suocero il cui genero è scampato al pericolo. Il background 

fornito da questo insegnamento va ben oltre Yitro come individuo. A molti livelli, questa tradizione ci 

offre un prototipo. Venendo dalle esperienze da incubo di schiavitù, abusi e infanticidio dell’Egitto, la 

certezza del confronto con la circostante cultura filistea, e la belligeranza e la violenza subita dagli 

Amalechiti, la nascente nazione ebraica potrebbe essere stata tentata di adottare una mentalità da 

assediati. La storia di Yitro dimostra che, nonostante le loro recenti esperienze, non dovevano disperare 

di trovare individui e nazioni che condividessero i valori dell’umanità e della pacifica convivenza.

...yitro-il-dialogo-sincer

venerdì 20 gennaio 2023

Sabato 21 /01/2023 . Shabbat Shalom שבת שלום. Cosa significa “Sarò quel che sarò”?







https://morasha.it/shemot-cosa-significa-saro-quel-che-saro/

In questa parashà viene descritto l’inizio della profezia di Moshè. Pascolando il gregge del suocero Yitrò, Moshè arrivò al monte Chorèv dove ebbe l’apparizione del roveto ardente e la sua prima  profezia. L’Eterno disse a Moshè  di tornare in Egitto per liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù e condurli nella Terra Promessa ai loro padri. Moshè chiese all’Eterno come avrebbe risposto ai figli d’Israele se gli avessero chiesto con quale nome l’Eterno si era presentato a lui.  “E Dio disse a Moshè: E-h-y-è ashèr E-h-y-è. (Sarò quel che sarò)” (Shemòt, 3:14).


pubblico una sola parte del testo di interpretazione

R. Ya’akov Tzvi Meklenburg (Polonia, 1775-1865, Germania) nella sua opera Ha-Ketàv Veha-Kabbalà, scrive che quando l’Eterno rispose a Moshè  dicendo “Sarò quel che sarò”  intendeva dire che Egli può essere quello che vuole essere e si presenta con un nome diverso a seconda delle situazioni. Si presenta con il nome “E-l-o-h-ì-m” quando giudica; con il nome “Tze-va-òt” quando punisce i malvagi; quando sospende i peccati degli uomini si presenta con il nome “E-l Shad-dày”; quando ha misericordia delle creature si presenta con nome “H-a-v-a-y-à”. Incomprensibile agli esseri umani e per noi illeggibile è “il Nome separato” (Shem Ha-Meforàsh) indicato dalle lettere Y-H-V-H (il Tetragramma). 

venerdì 13 gennaio 2023

Sabato 14/01/2023 . Shabbat Shalom שבת שלום-Da figlia del Faraone a figlia di Dio

Esodo-Shemòt

Una delle figure eroiche che appare brevemente nella Torà è Batya, la figlia del faraone. L’unica menzione che se ne fa nella Torà riguarda il momento cruciale nella storia ebraica quando estrasse il piccolo Moshè dal fiume Nilo. La Torà descrive quindi come mandò Moshè a farsi allattare nientemeno che dalla sua vera madre, Yocheved, e poi lo riportò a palazzo per crescerlo come un principe. I Chachamim ci forniscono una serie di dettagli su Batya che possono aiutarci a sviluppare una comprensione più profonda della sua grandezza.


---In effetti il Midrash ci rivela come D-o stesso vedeva Batya: “Disse il Santo, Benedetto Egli sia, a Batya, figlia del Faraone, ‘Moshè non era tuo figlio, eppure tu lo chiamasti tuo figlio. Anche tu, non sei mia figlia, ma ti chiamerò figlia Mia’, come è scritto: ‘Questi sono i figli di Batya’ [che significa] figlia di D-o.” (Vayikra Rabba).

https://morasha.it/shemot-da-figlia-del-faraone-a-figlia-di-dio/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=kolot-shemot-da-figlia-del-faraone-a-figlia-di-dio-160


venerdì 6 gennaio 2023

Sabato 07/01/2023 . Shabbat Shalom שבת שלום- Il pudore di essere ebreo





Circa trentacinque anni fa, in un inverno romano, Rav Elia Samuele Artom saliva verso il suo mondo. Giorni prima, durante una lezione di torah, si era bloccato con le labbra viola, per un dolore al petto. Dopo qualche secondo aveva ripreso, rifiutando di interrompere l’insegnamento. Dopo Moshè Chaim Luzzatto, è stato il maestro italiano i cui scritti sono stati più studiati in tutto il mondo. Decine di migliaia, e forse più, di cosiddetti laici e di cosiddetti religiosi hanno letto e capito il Tanàkh, appoggiandosi sul suo commento.


...Con la stessa intensità era evidente da ogni sua parola che lo studio della torah è uno studio per praticare; che senza la pratica è impossibile capire la teoria; che la torah fornisce delle risposte soltanto quando si cerca, in profondità, il pensiero autentico della torah e non una conferma a posteriori di qualche propria idea preconcetta... per ricordarci appunto che la torah va seguita e non adorata. In fondo, per quale motivo Moshè ha rotto le Tavole della Legge come risposta al vitello d’oro?


.. La ricerca dell’estasi religiosa può diventare una fuga etica. L’agnosticismo può diventare una compiaciuta ed onnipotente contemplazione dei propri dubbi. Parlare troppo su D-o può diventare un modo di nascondersi dalla torah. 


..Nel Talmud è detto che la caratteristica fondamentale degli ebrei è il pudore. Dopo Rav E.S. Artom non ho conosciuto nessuno che avesse tanto pudore nell’essere ebreo.


https://morasha.it/il-pudore-di-essere-ebreo/