martedì 18 maggio 2021

L’ebreo Gesù e lo shabbat. Una lettura del Vangelo alla luce della Torah






PREMESSA 

si può scaricare senza oneri 



Prefazione del Gran Rabbino René-Samuel Sirat

Il servo   allora le corse incontro e le disse:
"Fammi bere un po' d'acqua dalla tua anfora".
Rispose: "Bevi, mio Signore" ...
Come ebbe finito di dargli da bere, disse:
"Voglio attingere ancora ... "
Intanto quell'uomo la contemplava
in silenzio, in attesa di sapere se Dio avesse o no   accordato buon esito al suo viaggio ...
Gen 24, 17-21.

Un rabbino, di fronte a questo bel libro, L’ebreo Gesù e lo shabbat. di Marie Vidal  resta  silenzioso ,meravigliato come il servo dell'amico di Dio Abramo: è in presenza della figlia di Betuèl,
l'Arameo, o in presenza della nipote di Abramo, suo padrone?

Ebbene, quale figlia di Israele è oggi capace di scrivere un canto
d'amore così bello in onore dello Shabbat, di comprenderne l'infinita grandezza e di sentire da tutte le fibre del proprio essere il
legame indistruttibile che, nell'animo di un ebreo, unisce lo Shabbat
e la Torah?
· Per tutto ciò, per questi tesori di conoscenze e di erudizione,
per questa empatia per un argomento così esaltante, grazie.
· Il carattere singolare dello Shabbat è messo in luce dal Midrash
citato dall'autrice a pagina 89.
Quaggiù regna la dualità: non una dualità fatta di cloni, ma
realizzata in una diversità sublimata che tende verso l'unità. Infatti, nel Midrash, lo Shabbat, contrariamente agli altri giorni della settimana, non ha  un compagno: la domenica è unita al mercoledì, il lunedì al giovedì, il martedì al venerdì, ma lo Shabbat è solo.
Non ha un compagno degno di lui. Allora, per evitare che il giorno della gioia infinita (Sal 92) sia oscurato dalla tristezza, Dio dice
allo Shabbat: "La comunità di Israele sarà il tuo compagno".
Ma la comunità d'Israele è già unita dai legami dell'amore a
Dio da una parte, e alla Torah di Dio dall'altra: la Torah che Mosè
ci ha insegnato è l'eredità della comunità di Giacobbe (Dt 33, 4).
I rabbini, giocando sulle due possibili letture della parola morasha
(eredità) e meorassa (fidanzata), propongono la seguente interpretazione: La Torah che Mosè ci ha insegnato è la fidanzata perpetua della comunità di Giacobbe.
Questo amore per Dio, che si riversa sulla Torah insegnata da
Mosè e che è la parola del Dio vivente, e sullo Shabbat, compagno privilegiato della comunità di Israele reca in sè il segno della pienezza: durante lo Shabbat, l'ebreo beneficia di un supplemento d'anima  d'anima. La sua anima e la  sua  "anima suppiementare" sono
legate alla Torah e allo Shabbat, e non è sorprendente che il giorno
dello Shabbat l'ebreo si consacri essenzialmente alla preghiera,
momento privilegiato di dialogo con il suo Creatore, allo studio e
all'insegnamento della Torah.
È . ciò che Gesù, ebreo tra i suoi fratelli, faceva regolarmente
in Galilea e poi a Gerusalemme. Malgrado i preconcetti degli evangelisti, questo tratto caratteristico della personalità di Gesù ritorna nei Vangeli come un leitmotiv.

Marie Vidal ha. ragione , di sottolineare i racconti degli Apostoli
che cominciano così: "lo Shabbat, Gesù insegnò nella sinagoga . .."
L'autrice distingue anche giustamente la lettura del testo del Pentateuco e del testo dei Profeti anche se non è certo  che all'epoca di Gesù la divisione del Pentateuco che conosciamo oggi,  in cinquantacinque periodi, fosse già messa in pratica. L'attualizzazione del testo biblico, tanto quello della Legge, quanto la lettura  complementare dei Profeti, è una tradizione che si perpetua fino
ai giorni nostri e che risale al tempo dei rabbini della Grande Assemblea, molto prima della nascita di Gesù.

prima della nascita di Gesù.
A proposito del versetto della Genesi (2, 22): Dio plasmò con
la costola, che aveva tolto all'uomo, una donna . .. , il Midrash, ispirandosi all'ambivalenza del verbo vayiben (dalla radice BaNaH,
plasmare e B Y N, comprendere), sviluppa l'idea che la donna è
dotata di un discernimento superiore a quello dell'uomo, a proposito del quale è impiegato il verbo BaRaH, creare. Questa è la 
ragione per cui la donna ebrea è la sacerdotessa dello Shabbat. È
lei che fa accendere le luci che segnano l'ingresso dello Shabbat
nella casa, in seno alla famiglia.

Considerando l'importante numero di opere cristiane che si ispirano ai fondamentali insegnamenti dei rabbini e che concernono
l'autentica vita ebraica come la insegna la Torah e come è praticata- o dovrebbe esserlo- dal popolo che è il gioiello dell'umanità (Es 19, 5), si può legittimamente porre il problema dell'imminenza della realizzazione della profezia di Zaccaria: Dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno  un giudeo per il lembo del mantello  diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che
Dio· è con voi (Zc 8, 23). Naturalmente, dicendo questo bisogna 
Insistere sull’idea  cheil  giudaismo è fondamentalmente opposto
al sincretismo e ad ogni volontà di proselitismo.

Dopo il suo bel libro Un Ebreo chiamato Gesù, Marie Vidal persevera nel suo magnifico progetto di   far  meglio conoscere la tradizione ebraica ai suoi fratelli cristiani. La ringrazio vivamente, secondo la formula biblica: Hizqi ve'imtsi, siate forte e piena di coraggio.



domenica 16 maggio 2021

Cosa sarebbe l’ebreo senza libro”


Il popolo ebraico è il popolo del Libro – e dei libri. La sua sopravvivenza, nella storia, è legata alla parola in cui ha trovato ogni volta rifugio. La sua capacità è stata quella di cercare l’infinito nello spazio tra le parole, in quel che resta ancora da leggere nel Libro di D-o, in quel che resta ancora da scrivere nel libro dell’uomo. La storia del popolo ebraico è saldata al libro infinito delle sue interrogazioni.
Primo lettore di D-o, l’ebreo ha trovato nell’amore per il Libro il suo orientamento e ha tradotto, parola per parola, nei suoi libri, le strade della sua erranza. Interprete incondizionato e testimone morale del Libro, che cosa sarebbe l’ebreo senza libro?

Donatella Di Cesare, filosofa


https://moked.it/blog/2010/04/19/cosa-sarebbe-lebreo-senza-libro/



giovedì 13 maggio 2021

L’ebraismo inteso soprattutto come "modo di vita" Capitolo Primo


Dal diritto all’uguaglianza al diritto alla diversità: l’intesa delle comunità israelitiche

Antonio Zappino

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO

FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

 

Relatore: Rinaldo Bertolino

2000


https://www.morasha.it/tesi/zppn/index.html


(1) ....l’ebraismo sfugge ad ogni tentativo di definizione sintetica così come a qualsiasi classificazione entro la cornice rassicurante di precisi istituti, ponendosi piuttosto come la risultante di diverse componenti, che sono inscindibili l’una dall’altra senza snaturare l’essenza del fenomeno complessivamente considerato: ebraismo, popolo ebraico ed ebrei sono i tre termini di riferimento del problema, fra di loro non opposti ma non per questo esattamente coincidenti1).


L’ebraismo, infatti, non può essere semplicemente e riduttivamente identificato come un mero corpus di dottrine e di norme costituenti una religione nel senso in cui questo termine viene comunemente inteso2), ma neppure, del resto, soltanto con la globalità delle vicende storiche e culturali di un determinato popolo, né esclusivamente con la miriade multiforme di vicissitudini e di identità individuali proprie di ogni singolo ebreo3): queste schematizzazioni, purtroppo, hanno già ampiamente dimostrato la loro perniciosità dando origine, nelle varie epoche storiche, a definizioni della realtà ebraica che sono state incentrate via via sulla contrapposizione ad una sola delle sue costituenti principali, come, per esempio, ha fatto l’antigiudaismo quando ha visto l’ebraismo come un semplice insieme di dottrine e precetti puramente religiosi ormai contraddetti da una nuova rivelazione; quando l’antisemitismo ha incentrato l’identificazione dell’ebreo sulla base dell’elemento specificamente etnico e razziale, o quando l’antisionismo ha contestato alla collettività ebraica il diritto ad avere una propria manifestazione di carattere politico e statuale4).


L’approccio a tale particolare e ricchissima realtà dovrà allora partire da una visione d’insieme del fenomeno e rinunciare alla sinteticità della definizione, presentandosi l’ebraismo come una inobliterabile simbiosi "di cultura e di religione, di tradizione e di norme di comportamento, di popolo e di storia"5), caratterizzata da una partecipazione contemporanea di momenti religiosi e culturali, di "commistione tra ethnos e dimensione cultuale, che deriva dalla tradizionale identità tra norma civile e norma religiosa"6), e in cui l’aspetto strettamente religioso, proprio in quanto sfaccettatura di una vasta e composita realtà sociale ed istituzionale che si presenta assai più articolata7), non può essere considerato isolatamente dagli altri caratteri, anche se, storicamente, proprio questa componente ha ricoperto un ruolo di primaria importanza nel processo che ha portato alla costituzione prima ed al mantenimento poi di una identità ebraica8).


È così che l’ebreo impronta la propria esistenza a ciò che è molto più di una religione nella communis opinio, vero e proprio modus vivendi che impegna l’individuo in ogni momento della sua esistenza, in modo tale che non esiste nessun aspetto della vita che rimanga fuori della sfera e dell’influenza dell’ebraismo9), attraverso l’obbedienza ad un "vasto complesso di norme, volte a indirizzare la vita quotidiana dell’ebreo in tutte le sue manifestazioni, che va dai Dieci Comandamenti alla Toràh, che contiene la legge scritta, dal Talmud, che raccoglie le tradizioni e le leggi orali, alle numerose regole sulla vita matrimoniale, la proprietà fondiaria, i cibi proibiti, il riposo sabbatico"10); un sistema in cui "i concetti di "religione" e di "fede" non sono quelli più caratterizzanti, anche se difficile riesce a comprendere a chi si accosti al mondo ebraico quali ne siano i tratti più visibilmente "identificanti""11), estraneo alla "istituzionalizzazione delle credenze e dei riti" ed alla "professione di una dottrina di cui è depositario un magistero sovraordinato ai fedeli", ma fondato piuttosto "sulla credenza del Dio unico, e su una condotta di vita quotidiana ispirata ai precetti fondamentali di morale, di santità, di giustizia e solidarietà"12), e sulla "osservanza di determinate norme", invece che sulla "accettazione di una data teologia"13). Nella sostanza, un complesso di norme di comportamento, destinate ad un autentico corpo sociale, comprendente le proprie regole di organizzazione ed il proprio diritto: ed infatti, per un ebreo, la stessa nozione di libertà religiosa comporta la libertà di aderire non tanto ad una fede, quanto piuttosto ad una vera e propria legge14), intesa come regola e direttrice della propria condotta15).


Non stupisce, quindi, che l’intera tradizione giudaica ami citare ripetutamente il versetto che descrive il modo in cui il popolo, al Sinai, accolse l’offerta di alleanza con Dio proposta al popolo ebraico per il tramite di Mosè: "Tutto quanto il Signore ha detto faremo e ascolteremo"16).


Date queste premesse, emerge chiaramente la preminenza assoluta, nella "religione" ebraica, del momento sociale e collettivo-partecipativo alla vita comunitaria su quello più individuale e soggettivo, non essendo concepibile professare una tale religione a livello puramente intimistico e personale17). Proprio per questo motivo, sin dall’epoca romana gli ebrei in Italia si sono organizzati in comunità, enti territoriali autosufficienti, ed uniche formazioni sociali in grado di poter realizzare e sviluppare appieno la complessa identità religiosa, etnica e culturale dell’ebraismo, così che all’interno di esse, accanto alle attività a specifico contenuto religioso e cultuale, è normale rintracciare diverse funzioni pertinenti ad aspetti segnatamente culturali, educativi ed assistenziali18), sostanzialmente assimilabili a quelle dell’apparato dello Stato, il quale, coerentemente, nell’intesa stipulata nel 1987 ha riconosciuto all’ebraismo il carattere di confessione religiosa sui generis, ammettendo espressamente la competenza delle comunità ebraiche anche in relazione al perseguimento di finalità che - secondo i princìpi propri degli ordinamenti statali - sono da considerarsi come temporali, proprio in conseguenza della caratterizzazione dell’ebraismo come incarnazione di una collettività allo stesso tempo etnica, culturale e religiosa.


Non si deve pensare, però, che l’estrema importanza che viene in questo modo ad essere tributata alla vita comunitaria possa comportare una sorta di "azzeramento" delle singole personalità, e quindi delle possibili voci dissenzienti - che nondimeno devono esserci, in quanto ogni collettività è pur sempre la risultante di una pluralità di individui, le cui istanze possono convergere così come possono, talvolta, divergere su questioni anche non marginali -, all’interno di ogni comunità, come conseguenza dell’adesione ad un malinteso principio secondo cui la maggioranza è sovrana: infatti, le singole comunità, lungi dal fagocitare le esigenze ed i bisogni individuali dei propri membri, sono piuttosto deputate al compendio ma anche alla massima realizzazione delle molteplici istanze e bisogni dei loro appartenenti. Sintomatico è il fatto che, nel periodo che va dall’inizio degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Settanta, quando l’obiettivo dell’adozione dello strumento dell’intesa era, per le confessioni religiose diverse dalla cattolica, ancora ben lontano dal conseguire piena realizzazione, nei vari Congressi ordinari e straordinari dell’ebraismo italiano indetti per sopperire in qualche modo - nell’inerzia della controparte statuale - alle esigenze di svecchiamento e di adeguamento dell’ordinamento ebraico alle nuove e mutate esigenze dei suoi membri, l’accento venne posto proprio sulla necessità di conseguire una maggiore democraticità e rappresentatività all’interno delle comunità di base, come presupposto per il mantenimento, la promozione e lo sviluppo dell’effettività di quel legame reciproco che lega il singolo alla comunità di appartenenza, e la valorizzazione delle istanze dei gruppi di minoranza19)


  1. Cfr. P. Stefani, Introduzione all’ebraismo, Brescia, 1995, p. 11.
  2. Sull’oggettiva difficoltà di definire la natura religiosa dell’ebraismo, v. G. Filoramo, Prefazione, in Aa. Vv., Ebraismo, a cura di G. Filoramo, Roma-Bari, 1999, p. VII: "inteso come la religione degli ebrei, in effetti, esso si configura come una mescolanza originale di etnicità e religione. Mentre l’appartenenza ebraica, tradizionalmente coincidente con il fatto di nascere da madre ebrea, ricorda il volto etnico dell’ebraismo, la possibilità di aderirvi compiendo determinati riti d’ingresso ricorda il suo volto religioso, affidato alla libera scelta del singolo".
  3. Cfr. P Stefani, Gli ebrei, cit., pp. 10 s.
  4. Cfr., al riguardo, ancora P. Stefani, Introduzione all’ebraismo, cit., pp. 12 s.
  5. Così G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  6. R. Botta, L’attuazione dei princìpi costituzionali e la condizione giuridica degli ebrei in Italia, cit., p. 163.
  7. Cfr. D. Tedeschi, Presentazione della intesa con lo Stato al congresso straordinario dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, cit., p. XVII.
  8. Cfr. P Stefani, Gli ebrei, cit., p. 14.
  9. Cfr. D. Tedeschi, Presentazione della intesa con lo Stato, cit., p. XVII.
  10. Così G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  11. G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  12. Il pensiero espresso, insieme ai due precedenti, viene così formulato da G. Sacerdoti, Ebraismo e Costituzione: prospettive di intesa tra comunità israelitiche e Stato, in Aa. Vv., Le intese tra Stato e confessioni religiose. Problemi e prospettive, a cura di C. Mirabelli, Milano, 1978, p. 86.
  13. Così R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560.
  14. Nell’opinione registrata nel capitolo V,21 del trattato Pirqè Avòt, del quarto ordine della Mishnàh, si legge infatti: "volgi la legge e rivolgila, tutto è in essa. Invecchia e logorati in essa, ma non allontanartene, perché non c’è regola di condotta migliore". Cfr. F. Manns, Leggere la Mishnàh, Brescia, 1984, p. 201.
  15. Cfr. R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560.
  16. Esodo, 24,7. Cfr. P. Stefani, Gli ebrei, cit., p. 28, che precisa che "non è affatto errato sostenere che, nell’ebraismo, la messa in pratica dei precetti e la determinazione della regole che presiedono alla loro esecuzione rappresentino la forma principale di esegesi biblica", tanto che si è più volte sostenuto la religione ebraica consistere, più che in una "ortodossia" (retta dottrina), piuttosto in una "ortoprassi" (retto modo di agire). Cfr. anche R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560, e G. Fubini, Le costanti della cultura ebraica (ovvero, una visione dell’ebraismo), in RMI, 1993/1-2, p. VIII.
  17. Cfr., al riguardo, M. F. Maternini Zotta, L’ente comunitario ebraico. La legislazione negli ultimi due secoli, Milano, 1983, p. 191.
  18. Cfr. V. Pedani, Note sul ruolo dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, in DE, 1998, II, p. 418.
  19. Cfr., al riguardo, G. Fubini, La condizione giuridica dell’ebraismo italiano, cit., p. 133.




mercoledì 12 maggio 2021

Confessioni di un Cristiano Ribelle Matthew Fox. "Gesù, il quale in fin dei conti era un ebreo.”



"Ricordo il giorno in cui le mie studentesse, quasi tutte cristiane, stavano discutendo il peccato originale. Alla lezione successiva una studentessa ebrea venne da me e mi chiese: «Che cos’è questo peccato originale di cui stavamo discutendo la volta scorsa?». «Certamente lei conosce il peccato originale, se ne parla nel libro della Genesi», risposi. «No», disse. «Sono un’ebrea praticante da quarantuno anni e non ho mai sentito un rabbino o qualcun altro parlare del peccato originale.» Questa cosa mi aprì gli occhi. La distinzione tra la caduta e il peccato originale rese più acuta la mia consapevolezza di quanto il cristianesimo si era allontanato dalle sue radici ebraiche. Questa studentessa aveva studiato per anni con il rabbino Abraham Joshua Heschel e mi fece conoscere le sue opere.


Fu un dono enorme, e poco alla volta imparai ad amare la sua persona, la sua teologia e la sua testimonianza (era andato a marciare con Martin Luther King a Selma, per esempio). Heschel è stato un leader del dialogo tra ebrei e cristiani. Più passano gli anni e più mi piace tornare alla sua spiritualità dello stupore, della meraviglia, della grazia e della profezia, davvero una spiritualità incentrata sul creato. Se mi trovassi su un’isola deserta e mi fosse permesso di leggere soltanto un teologo, questo sarebbe Heschel. Certe volte quando lo leggo mi sembra di sentire le parole di coloro che furono i mentori di Gesù, il quale in fin dei conti era un ebreo.”

http://www.spiritualitadelcreato.it/confessioni-di-un-cristiano-ribelle/


sabato 8 maggio 2021

MOEDIM E LE PREGHIERE EBRAICHE DI GESÙ QUALE MODELLO DELLA LITURGIA DELLE ORE A d r ia n a M it e s c u




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INCIPIT 

Vi è ormai una nutrita bibliografìa concernente la continuità, il legame e la necessità della conoscenza reciproca tra la

preghiera ebraica e quella cristiana, malgrado le opinioni contradditorie degli autori, in quanto spesso inseriscono le proprie presupposizioni nelle fonti storiche di cui trattano. Personalmente preferiamo muoverci nei limiti delle informazioni

ricavate dalle fonti testuali ebraiche: il Pentateuco, la M ishnah,

i frammenti manoscritti della Genizà del Cairo, e cristiane: i

vangeli, gli Atti degli apostoli, le epistole paoline, le stesure latina, greca e sahidica della Didascalia apostolica, la Didaché, la

Haggadah dei cristiani quartodecimani, in particolare Perì Pàscha di Melitone di Sardi, i testi apologetici cristiani, Breviari latini e Mega Horologion, ecc. Il nostro campo analitico

riguarda la liturgia comparata sinagogale e cristiana col riferimento particolare all’ora canonica, per cui il metodo utilizzato

si fonda sull'analisi testuale del significato dei salmi, secondo

l'occasione e il momento in cui vengono recitati, se si tra tta di

feste ebraiche, eb. moedim , o della liturgia delle ore

feriale/festiva latina e bizantina. In effetti, la pratica orante di

Gesù, non solo conferma l’uso della preghiera ebraica ma,

direi, ne risulta, perfino, rafforzata a giudicare dal desiderio

dei discepoli di imparare a pregare dopo che udirono la preghiera con cui il loro Maestro si rivolgeva a Dio Padre. Indubbiamente costoro dovevano essere particolarmente colpiti se

dissero: "Signore, insegnaci a pregare, com e anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli”


per altri  studi dell'autrice

https://dialnet.unirioja.es/servlet/autor?codigo=3862394


mercoledì 21 aprile 2021

Andrée Geulen era una giovane insegnante in una scuola a Bruxelles,



Andrée Geulen era una giovane insegnante in una scuola a Bruxelles, quando un giorno alcuni suoi allievi si presentarono in classe con la stella gialla cucita sugli abiti. Era il 1942 e la stella gialla era obbligatoria per gli ebrei, non c’era molto da fare. 

Ma Andrée Geulen, cattolica di nascita e atea per scelta, non poteva accettare questa umiliazione per i suoi studenti, e così chiese a tutti, ebrei e non ebrei, di indossare a scuola un grembiule. In modo da nascondere l’odioso segnale di discriminazione.

Però le persecuzioni aumentavano, iniziavano le deportazioni e la professoressa Geulen capì che non poteva restare a guardare. E che non bastava un grembiule per coprire l’orrore che stava avanzando.

Entrò nel Comitato di difesa degli ebrei: avevano bisogno di aiuto per nascondere i bambini ebrei e salvarli dalla deportazione e dalla morte. Non era un compito semplice, anche perché bisognava convincere i genitori a separarsi dai loro figli. Alcuni ragazzi venivano nascosti a scuola, altri venivano portati in posti sicuri. 

Però, una notte, in seguito alle denunce di qualche delatore pronto a vendere la vita di ragazzi innocenti, i soldati tedeschi irruppero nella scuola dove insegnava Andrée Geulen, e arrestarono la preside e tutti i ragazzi ebrei presenti. 

Quando i tedeschi chiesero sprezzantemente alla professoressa Geulen:

“Ma non ti vergogni a insegnare a degli ebrei?”

Lei rispose: “E voi non vi vergognate a fare la guerra a dei bambini?”

Fortunatamente Andrée Geulen riuscì a sfuggire all’arresto, e corse ad avvisare tutti gli altri ragazzi ebrei. Nonostante la paura, da quel momento il suo impegno aumentò a dismisura: cambiò nome e divenne Claude Fournier, entrò in clandestinità e per più di due anni continuò a nascondere bambini e ragazzi ebrei presso famiglie cristiane o nei monasteri e conventi. A tutti loro cambiava nome e identità, ma per non perdere la possibilità di riconsegnarli un giorno alle loro famiglie, scriveva in codice tutti i nomi dei bambini e delle famiglie in liste che nascondeva poi accuratamente. 

Quando finalmente finì la guerra, Andrée Geulen non smise di occuparsi dei suoi bambini, questa volta facendo il lavoro inverso per rintracciare le loro famiglie, anche se molto, troppo spesso, delle loro famiglie d’origine non c’era più traccia.

Secondo le testimonianze, l’intensa attività clandestina di Andrée Geulen riuscì a salvare circa 300 bambini e ragazzi ebrei.

Nelle sue interviste a distanza di anni ha spesso dichiarato di soffrire ancora pensando ai momenti in cui era stata costretta a sottrarre i bambini dai loro genitori senza poter dire loro dove li avrebbe portati. 

Nel 1989 è stata inserita tra i Giusti tra le Nazioni. 

Oggi Andrée Geuelen ha 99 anni. E ancora dichiara con la lucidità di una giovane e con la saggezza dei suoi anni:

“Quello che ho fatto è stato solo il mio dovere. Disobbedire alle leggi di allora era la sola cosa normale da fare”.


https://www.facebook.com/lafarfalladellagentilezza/posts/469527227724985

lunedì 12 aprile 2021

Che il Santo e Benedetto tutti Vi protegga e accompagni, facendo splendere il Suo volto su di Voi e benedicendo il Suo Popolo con la pace.





Esodo 15

Canto trionfale di Mosè e degli Israeliti
1 Allora Mosè e i figli d'Israele cantarono questo cantico all'Eterno e parlarono dicendo: «Io canterò all'Eterno, perché si è grandemente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. 2 L'Eterno è la mia forza e il mio cantico, ed è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è il DIO di mio padre, io lo esalterò. 3 L'Eterno è un guerriero, il suo nome è l'Eterno. 4 Egli ha gettato in mare i carri del Faraone e il suo esercito, e i suoi migliori guerrieri sono stati sommersi nel Mar Rosso. 5 Gli abissi li coprono; sono andati a fondo come una pietra. 6 La tua destra, o Eterno, è mirabile nella sua potenza. La tua destra, o Eterno, frantuma i nemici. 7 Con la grandezza della tua maestà, tu rovesci quelli che si levano contro di te; tu mandi fuori la tua ira, essa li consuma come stoppia. 8 Al soffio delle tue narici le acque si sono ammucchiate, le onde si sono alzate come un muro, i flutti si sono assodati nel cuore del mare. 9 Il nemico diceva: "Inseguirò, raggiungerò, dividerò le spoglie, la mia brama si sazierà su di loro; sguainerò la mia spada, la mia mano li sterminerà". 10 Ma tu hai mandato fuori il tuo soffio e il mare li ha ricoperti; sono affondati come piombo nelle potenti acque. 11 Chi è pari a te fra gli dèi, o Eterno? Chi è pari a te, mirabile nella santità, maestoso nelle lodi, o operatore di prodigi? 12 Tu hai steso la destra, la terra li ha inghiottiti. 13 Nella tua misericordia, hai guidato il popolo che hai riscattato; con la tua forza lo hai condotto verso la tua santa dimora. 14 I popoli l'hanno udito e tremano. L'angoscia ha colto gli abitanti della Filistia. 15 Già sono smarriti i capi di Edom, i potenti di Moab sono presi da tremore, tutti gli abitanti di Canaan si struggono. 16 Spavento e terrore piomberà su di loro. Per la forza del tuo braccio diventeranno immobili come una pietra, finché il tuo popolo, o Eterno, sia passato, finché sia passato il popolo che tu hai acquistato. 17 Tu li introdurrai e li pianterai sul monte della tua eredità, il luogo che hai preparato, o Eterno, per tua dimora, il santuario che le tue mani, o Signore, hanno stabilito. 18 L'Eterno regnerà per sempre, in perpetuo». 19 Poiché i cavalli del Faraone coi suoi carri e i suoi cavalieri erano entrati nel mare, e l'Eterno aveva fatto ritornare su di loro le acque del mare, ma i figli d'Israele avevano camminato in mezzo al mare, all'asciutto. 20 Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aaronne, prese in mano il tamburello, e tutte le donne uscirono dietro a lei coi tamburelli e con danze. 21 E Miriam cantava loro: «Cantate all'Eterno, perché si è grandemente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».


Pillole Di Ebraico

la parola Shalom significa pace e questo è noto a molti. Quel che non è ben noto è che Shalom non significa propriamente pace bensì interezza. La radice shlm ci riconduce quindi all'idea di pace come qualcosa che va costruito ed all'occorrenza riparato.


Comunità Ebraica di Roma 

 

L'ospitalità è un concetto molto sentito nell'ebraismo. R. Yochanan disse: L'ospitalità è una mitzwà importante quanto quella di studiare Torà. Rav Dimi di Nehardea disse: E' anche più importante. Rav disse: E' più importante di presentarsi di fronte alla Shekhina (Presenza Divina), come si deduce dal racconto del Patriarca Abramo che interruppe la preghiera con D-o per accogliere tre viandanti in casa sua (Talmud, Shabbat 127a).