mercoledì 28 luglio 2021

*Il suo nome brillava*. (Grazie all'amico Stefano Grandesso)


Cinque ebrei hassidim investiti da un'auto a New York. La polizia sospetta  un'aggressione | Mosaico



*Il suo nome brillava*
Un gruppo di Hassidim stava viaggiando da Cracovia al loro Rebbe, il "Hoze, il veggente" di Lublino.
Quando arrivarono, dopo un viaggio di diversi giorni, il cocchiere nella carozza chiese se potevano essere così gentili da portare il suo biglietto al Rebbe, tra gli altri biglietti che avevano portato con loro dalla gente di Cracovia. Hanno felicemente accettato.
Quando hanno consegnato tutti gli appunti, il Rebbe ha iniziato a leggerli, quando all'improvviso ne ha preso uno e ha detto: "Wow! Chi ha scritto questa nota? Il suo nome luccica e risplende!”.
Spiegarono che proveniva dal conducente della carrozza, e il Rebbe disse: "C'è qualcosa di speciale in quest'uomo".
Dopo l'udienza con il Rebbe, i Hassidim decisero di trovare il conducente del carro e capire cosa avesse di così speciale.
Andarono alla locanda e trovarono la sua carrozza e i suoi cavalli, ma non il cocchiere.
Si misero in giro per la città a cercarlo, finché non raggiunsero un mercato all'aperto, ed eccolo lì, che ballava e cantava.
"Qual è l'occasione di tanta gioia?" hanno chiesto, e ha spiegato che questo era un matrimonio di due orfani.
Hanno chiesto la sua connessione alla celebrazione, e ha spiegato: “Dopo che siete partiti per andare dal Rebbe, mi sono occupato della manutenzione dela carrozza, ho dato da mangiare ai cavalli e ho girato per la città per vedere cosa stava succedendo.
Mi sono imbattuto nel mercato e ho visto persone che cantavano e si divertivano. Ho chiesto dell'occasione e mi è stato detto che stava per iniziare un matrimonio tra due orfani.
“Poi, ho percepito suoni di discorsi infelici. "Oh", mi hanno detto, "ci sono alcuni sentimenti contrastanti qui.
Le persone che hanno organizzato il matrimonio hanno detto allo sposo che la sposa gli avrebbe fornito un "tallit, lo scialle di preghiera".
Sfortunatamente, questo non ha funzionato, poiché sono entrambi molto poveri.'
"Cosa ho fatto?" disse il cocchiere. “Mi sono fatto largo rapidamente tra la folla e, quando ho raggiunto la sposa, ho tirato fuori il denaro che avevo con me, gliel'ho dato e ho detto: 'Ecco, con questo denaro comprerai al tuo sposo un tallit . Offro io. Nessun problema.'
“Dopo di che, il matrimonio è andato avanti senza intoppi. Ed è per questo che sto cantando e ballando in questo momento", ha concluso l'autista della carrozza.
"Potrei non avere molti soldi in tasca da mostrare per questo viaggio, ma sono contento di sapere che una "nuova casa ebraica sarà stabilita nella gioia e nella pace".
A quel punto, era chiaro ai Hassidim perché il nome del conducente della carrozza brillava così.
Era perché si era affrettato nel organizzarsi subito e donare alla sposa la sua parte, quando gli si era presentata l'occasione per compiere una mitzvah.
Come possiamo essere alla ricerca di "piccole" mitzvot che faranno una grande differenza? Sfruttiamo bene ogni opportunità che si presenta?
*Di Hillel Baron*
A cura di -Simhah- Simy Elmaleh Naar Israel Milano Habad House nel Castello.

lunedì 26 luglio 2021

Il 26 luglio 1555 veniva istituito il Ghetto di Roma-


"«Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna (…) Noi, avendo appreso che nella nostra alma Urbe e in altre città, paesi e terre sottoposti alla Sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che si arrogano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese senza alcuna distinzione nel vestire (…) assumono balie, donne di casa e altra servitù cristiana…».(12 luglio del 1555 il papa Paolo IV Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum )


Paolo IV, ovvero Gian Piero Carafa, era stato responsabile dell’Inquisizione romana, e l’odio che mostrava per gli ebrei aveva origine teologica. La sua convinzione era che gli ebrei dovessero essere puniti perché responsabili della morte del Cristo, e che quindi certe misure fossero non solo necessarie, ma gradite al Signore.


https://www.romatoday.it/eventi/alla-scoperta-della-piu-antica-comunita-ebraica-d-europa-il-ghetto-di-roma-2922394.html


https://www.huffingtonpost.it/entry/il-26-luglio-1555-veniva-istituito-il-ghetto-di-roma_it_60fe7448e4b05ff8cfca3104?utm_hp_ref=it-homepage





domenica 25 luglio 2021

ASCOLTA. ISRAELE

 

CON UN GRANDE GRAZIE ALL'AMICO STEFANO GRANDESSO 


Shemà Israel – Ascolta Israele | Lode a Te Gesù


*Ascolta, Israele Ascolta O Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno.*
"Ascoltare" significa capire. Meditare profondamente. "Israele" è il nome della tua anima, il respiro di D-o dentro di te. Quindi, il nome di quattro lettere di D-o.
*Qual è quel nome* ?
È una combinazione delle tre forme del verbo "essere" - così che significa "è, era, sarà" tutto in un singolo momento, trascendendo completamente il tempo - ma fornendo esistenza al tempo e tutto ciò che accade in esso.
Poi, un altro nome di D-o, un nome che si riferisce al Suo potere sul cielo e sulla terra, come si trova nelle forze della natura. Ma nella forma possessiva: "il nostro potere".
E poi torniamo al nome di quattro lettere, questa volta perché questo nome è dentro di te. Perché la tua anima e D-o si fondono come Uno.
Devi dire alla tua anima: Ascolta, anima mia, e medita su questo: Il tuo potere viene da "Beyond Time, oltre il tempo".
Tu, anima mia, ti unisci a D-o come Uno.
Dalla saggezza del Lubavitcher Rebbe Rabbi Menahem Mendel Schneerson M.H.M.
*parole condensate di Rabbi Tzvi Freeman*
A cura di Simhah Simy Elmaleh Naar Israel Milano Habad House nel Castello.
Shavuâ Tov!!

sabato 29 maggio 2021

L’antisemitismo, dove nasce il veleno dell’odio






L’antisemitismo, dove nasce il veleno dell’odio

Denunciare l’antisemitismo, oggi, appare una fatica pleonastica. Difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo nel ritenere l’odio nei confronti degli ebrei un sentimento che appartiene ai momenti più bui della Storia. Eppure ci troviamo, in questi difficili giorni, di fronte a un aumento esponenziale degli episodi che è davvero faticoso definire in altro modo. L’Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei.

Sui social questa campagna aggressiva raggiunge livelli sconcertanti. Per fare solo un esempio: la frase «Hitler doveva finire il lavoro», in varie declinazioni, è comparsa di recente in 17 mila messaggi su Twitter. La ragione di tutto questo? Il conflitto tra Hamas e Israele, ennesimo confronto in un Medio Oriente dove la pace appare in fuga ogni volta che sembra a portata di mano. Ora, senza entrare nelle ragioni di una guerra che prosegue da oltre un secolo né proclamare che Israele — o meglio il suo governo — sia esente da critiche, dobbiamo però chiederci perché ogni volta che la parola, in quel difficilissimo contesto, passa alle armi, nel mondo si crei uno tsunami di invettive (e azioni) contro Israele e gli ebrei.

E non sono solo le frange islamiste il motore di tutto questo: larga parte della politica e anche dell’opinione pubblica, non importa in quale Paese, rilancia regolarmente il veleno. Dunque: cos’è l’antisemitismo? Come distinguerlo da una legittima critica dello Stato ebraico? La risposta è semplice. È antisemitismo qualunque affermazione che, partendo dall’irrisolta questione palestinese, nega agli ebrei — e solo a loro — il diritto a vivere come una nazione indipendente. Così come il pugno scagliato contro un ebreo incontrato per caso a diecimila chilometri da Tel Aviv o Gerusalemme.



martedì 18 maggio 2021

L’ebreo Gesù e lo shabbat. Una lettura del Vangelo alla luce della Torah






PREMESSA 

si può scaricare senza oneri 



Prefazione del Gran Rabbino René-Samuel Sirat

Il servo   allora le corse incontro e le disse:
"Fammi bere un po' d'acqua dalla tua anfora".
Rispose: "Bevi, mio Signore" ...
Come ebbe finito di dargli da bere, disse:
"Voglio attingere ancora ... "
Intanto quell'uomo la contemplava
in silenzio, in attesa di sapere se Dio avesse o no   accordato buon esito al suo viaggio ...
Gen 24, 17-21.

Un rabbino, di fronte a questo bel libro, L’ebreo Gesù e lo shabbat. di Marie Vidal  resta  silenzioso ,meravigliato come il servo dell'amico di Dio Abramo: è in presenza della figlia di Betuèl,
l'Arameo, o in presenza della nipote di Abramo, suo padrone?

Ebbene, quale figlia di Israele è oggi capace di scrivere un canto
d'amore così bello in onore dello Shabbat, di comprenderne l'infinita grandezza e di sentire da tutte le fibre del proprio essere il
legame indistruttibile che, nell'animo di un ebreo, unisce lo Shabbat
e la Torah?
· Per tutto ciò, per questi tesori di conoscenze e di erudizione,
per questa empatia per un argomento così esaltante, grazie.
· Il carattere singolare dello Shabbat è messo in luce dal Midrash
citato dall'autrice a pagina 89.
Quaggiù regna la dualità: non una dualità fatta di cloni, ma
realizzata in una diversità sublimata che tende verso l'unità. Infatti, nel Midrash, lo Shabbat, contrariamente agli altri giorni della settimana, non ha  un compagno: la domenica è unita al mercoledì, il lunedì al giovedì, il martedì al venerdì, ma lo Shabbat è solo.
Non ha un compagno degno di lui. Allora, per evitare che il giorno della gioia infinita (Sal 92) sia oscurato dalla tristezza, Dio dice
allo Shabbat: "La comunità di Israele sarà il tuo compagno".
Ma la comunità d'Israele è già unita dai legami dell'amore a
Dio da una parte, e alla Torah di Dio dall'altra: la Torah che Mosè
ci ha insegnato è l'eredità della comunità di Giacobbe (Dt 33, 4).
I rabbini, giocando sulle due possibili letture della parola morasha
(eredità) e meorassa (fidanzata), propongono la seguente interpretazione: La Torah che Mosè ci ha insegnato è la fidanzata perpetua della comunità di Giacobbe.
Questo amore per Dio, che si riversa sulla Torah insegnata da
Mosè e che è la parola del Dio vivente, e sullo Shabbat, compagno privilegiato della comunità di Israele reca in sè il segno della pienezza: durante lo Shabbat, l'ebreo beneficia di un supplemento d'anima  d'anima. La sua anima e la  sua  "anima suppiementare" sono
legate alla Torah e allo Shabbat, e non è sorprendente che il giorno
dello Shabbat l'ebreo si consacri essenzialmente alla preghiera,
momento privilegiato di dialogo con il suo Creatore, allo studio e
all'insegnamento della Torah.
È . ciò che Gesù, ebreo tra i suoi fratelli, faceva regolarmente
in Galilea e poi a Gerusalemme. Malgrado i preconcetti degli evangelisti, questo tratto caratteristico della personalità di Gesù ritorna nei Vangeli come un leitmotiv.

Marie Vidal ha. ragione , di sottolineare i racconti degli Apostoli
che cominciano così: "lo Shabbat, Gesù insegnò nella sinagoga . .."
L'autrice distingue anche giustamente la lettura del testo del Pentateuco e del testo dei Profeti anche se non è certo  che all'epoca di Gesù la divisione del Pentateuco che conosciamo oggi,  in cinquantacinque periodi, fosse già messa in pratica. L'attualizzazione del testo biblico, tanto quello della Legge, quanto la lettura  complementare dei Profeti, è una tradizione che si perpetua fino
ai giorni nostri e che risale al tempo dei rabbini della Grande Assemblea, molto prima della nascita di Gesù.

prima della nascita di Gesù.
A proposito del versetto della Genesi (2, 22): Dio plasmò con
la costola, che aveva tolto all'uomo, una donna . .. , il Midrash, ispirandosi all'ambivalenza del verbo vayiben (dalla radice BaNaH,
plasmare e B Y N, comprendere), sviluppa l'idea che la donna è
dotata di un discernimento superiore a quello dell'uomo, a proposito del quale è impiegato il verbo BaRaH, creare. Questa è la 
ragione per cui la donna ebrea è la sacerdotessa dello Shabbat. È
lei che fa accendere le luci che segnano l'ingresso dello Shabbat
nella casa, in seno alla famiglia.

Considerando l'importante numero di opere cristiane che si ispirano ai fondamentali insegnamenti dei rabbini e che concernono
l'autentica vita ebraica come la insegna la Torah e come è praticata- o dovrebbe esserlo- dal popolo che è il gioiello dell'umanità (Es 19, 5), si può legittimamente porre il problema dell'imminenza della realizzazione della profezia di Zaccaria: Dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno  un giudeo per il lembo del mantello  diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che
Dio· è con voi (Zc 8, 23). Naturalmente, dicendo questo bisogna 
Insistere sull’idea  cheil  giudaismo è fondamentalmente opposto
al sincretismo e ad ogni volontà di proselitismo.

Dopo il suo bel libro Un Ebreo chiamato Gesù, Marie Vidal persevera nel suo magnifico progetto di   far  meglio conoscere la tradizione ebraica ai suoi fratelli cristiani. La ringrazio vivamente, secondo la formula biblica: Hizqi ve'imtsi, siate forte e piena di coraggio.



domenica 16 maggio 2021

Cosa sarebbe l’ebreo senza libro”


Il popolo ebraico è il popolo del Libro – e dei libri. La sua sopravvivenza, nella storia, è legata alla parola in cui ha trovato ogni volta rifugio. La sua capacità è stata quella di cercare l’infinito nello spazio tra le parole, in quel che resta ancora da leggere nel Libro di D-o, in quel che resta ancora da scrivere nel libro dell’uomo. La storia del popolo ebraico è saldata al libro infinito delle sue interrogazioni.
Primo lettore di D-o, l’ebreo ha trovato nell’amore per il Libro il suo orientamento e ha tradotto, parola per parola, nei suoi libri, le strade della sua erranza. Interprete incondizionato e testimone morale del Libro, che cosa sarebbe l’ebreo senza libro?

Donatella Di Cesare, filosofa


https://moked.it/blog/2010/04/19/cosa-sarebbe-lebreo-senza-libro/



giovedì 13 maggio 2021

L’ebraismo inteso soprattutto come "modo di vita" Capitolo Primo


Dal diritto all’uguaglianza al diritto alla diversità: l’intesa delle comunità israelitiche

Antonio Zappino

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO

FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

 

Relatore: Rinaldo Bertolino

2000


https://www.morasha.it/tesi/zppn/index.html


(1) ....l’ebraismo sfugge ad ogni tentativo di definizione sintetica così come a qualsiasi classificazione entro la cornice rassicurante di precisi istituti, ponendosi piuttosto come la risultante di diverse componenti, che sono inscindibili l’una dall’altra senza snaturare l’essenza del fenomeno complessivamente considerato: ebraismo, popolo ebraico ed ebrei sono i tre termini di riferimento del problema, fra di loro non opposti ma non per questo esattamente coincidenti1).


L’ebraismo, infatti, non può essere semplicemente e riduttivamente identificato come un mero corpus di dottrine e di norme costituenti una religione nel senso in cui questo termine viene comunemente inteso2), ma neppure, del resto, soltanto con la globalità delle vicende storiche e culturali di un determinato popolo, né esclusivamente con la miriade multiforme di vicissitudini e di identità individuali proprie di ogni singolo ebreo3): queste schematizzazioni, purtroppo, hanno già ampiamente dimostrato la loro perniciosità dando origine, nelle varie epoche storiche, a definizioni della realtà ebraica che sono state incentrate via via sulla contrapposizione ad una sola delle sue costituenti principali, come, per esempio, ha fatto l’antigiudaismo quando ha visto l’ebraismo come un semplice insieme di dottrine e precetti puramente religiosi ormai contraddetti da una nuova rivelazione; quando l’antisemitismo ha incentrato l’identificazione dell’ebreo sulla base dell’elemento specificamente etnico e razziale, o quando l’antisionismo ha contestato alla collettività ebraica il diritto ad avere una propria manifestazione di carattere politico e statuale4).


L’approccio a tale particolare e ricchissima realtà dovrà allora partire da una visione d’insieme del fenomeno e rinunciare alla sinteticità della definizione, presentandosi l’ebraismo come una inobliterabile simbiosi "di cultura e di religione, di tradizione e di norme di comportamento, di popolo e di storia"5), caratterizzata da una partecipazione contemporanea di momenti religiosi e culturali, di "commistione tra ethnos e dimensione cultuale, che deriva dalla tradizionale identità tra norma civile e norma religiosa"6), e in cui l’aspetto strettamente religioso, proprio in quanto sfaccettatura di una vasta e composita realtà sociale ed istituzionale che si presenta assai più articolata7), non può essere considerato isolatamente dagli altri caratteri, anche se, storicamente, proprio questa componente ha ricoperto un ruolo di primaria importanza nel processo che ha portato alla costituzione prima ed al mantenimento poi di una identità ebraica8).


È così che l’ebreo impronta la propria esistenza a ciò che è molto più di una religione nella communis opinio, vero e proprio modus vivendi che impegna l’individuo in ogni momento della sua esistenza, in modo tale che non esiste nessun aspetto della vita che rimanga fuori della sfera e dell’influenza dell’ebraismo9), attraverso l’obbedienza ad un "vasto complesso di norme, volte a indirizzare la vita quotidiana dell’ebreo in tutte le sue manifestazioni, che va dai Dieci Comandamenti alla Toràh, che contiene la legge scritta, dal Talmud, che raccoglie le tradizioni e le leggi orali, alle numerose regole sulla vita matrimoniale, la proprietà fondiaria, i cibi proibiti, il riposo sabbatico"10); un sistema in cui "i concetti di "religione" e di "fede" non sono quelli più caratterizzanti, anche se difficile riesce a comprendere a chi si accosti al mondo ebraico quali ne siano i tratti più visibilmente "identificanti""11), estraneo alla "istituzionalizzazione delle credenze e dei riti" ed alla "professione di una dottrina di cui è depositario un magistero sovraordinato ai fedeli", ma fondato piuttosto "sulla credenza del Dio unico, e su una condotta di vita quotidiana ispirata ai precetti fondamentali di morale, di santità, di giustizia e solidarietà"12), e sulla "osservanza di determinate norme", invece che sulla "accettazione di una data teologia"13). Nella sostanza, un complesso di norme di comportamento, destinate ad un autentico corpo sociale, comprendente le proprie regole di organizzazione ed il proprio diritto: ed infatti, per un ebreo, la stessa nozione di libertà religiosa comporta la libertà di aderire non tanto ad una fede, quanto piuttosto ad una vera e propria legge14), intesa come regola e direttrice della propria condotta15).


Non stupisce, quindi, che l’intera tradizione giudaica ami citare ripetutamente il versetto che descrive il modo in cui il popolo, al Sinai, accolse l’offerta di alleanza con Dio proposta al popolo ebraico per il tramite di Mosè: "Tutto quanto il Signore ha detto faremo e ascolteremo"16).


Date queste premesse, emerge chiaramente la preminenza assoluta, nella "religione" ebraica, del momento sociale e collettivo-partecipativo alla vita comunitaria su quello più individuale e soggettivo, non essendo concepibile professare una tale religione a livello puramente intimistico e personale17). Proprio per questo motivo, sin dall’epoca romana gli ebrei in Italia si sono organizzati in comunità, enti territoriali autosufficienti, ed uniche formazioni sociali in grado di poter realizzare e sviluppare appieno la complessa identità religiosa, etnica e culturale dell’ebraismo, così che all’interno di esse, accanto alle attività a specifico contenuto religioso e cultuale, è normale rintracciare diverse funzioni pertinenti ad aspetti segnatamente culturali, educativi ed assistenziali18), sostanzialmente assimilabili a quelle dell’apparato dello Stato, il quale, coerentemente, nell’intesa stipulata nel 1987 ha riconosciuto all’ebraismo il carattere di confessione religiosa sui generis, ammettendo espressamente la competenza delle comunità ebraiche anche in relazione al perseguimento di finalità che - secondo i princìpi propri degli ordinamenti statali - sono da considerarsi come temporali, proprio in conseguenza della caratterizzazione dell’ebraismo come incarnazione di una collettività allo stesso tempo etnica, culturale e religiosa.


Non si deve pensare, però, che l’estrema importanza che viene in questo modo ad essere tributata alla vita comunitaria possa comportare una sorta di "azzeramento" delle singole personalità, e quindi delle possibili voci dissenzienti - che nondimeno devono esserci, in quanto ogni collettività è pur sempre la risultante di una pluralità di individui, le cui istanze possono convergere così come possono, talvolta, divergere su questioni anche non marginali -, all’interno di ogni comunità, come conseguenza dell’adesione ad un malinteso principio secondo cui la maggioranza è sovrana: infatti, le singole comunità, lungi dal fagocitare le esigenze ed i bisogni individuali dei propri membri, sono piuttosto deputate al compendio ma anche alla massima realizzazione delle molteplici istanze e bisogni dei loro appartenenti. Sintomatico è il fatto che, nel periodo che va dall’inizio degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Settanta, quando l’obiettivo dell’adozione dello strumento dell’intesa era, per le confessioni religiose diverse dalla cattolica, ancora ben lontano dal conseguire piena realizzazione, nei vari Congressi ordinari e straordinari dell’ebraismo italiano indetti per sopperire in qualche modo - nell’inerzia della controparte statuale - alle esigenze di svecchiamento e di adeguamento dell’ordinamento ebraico alle nuove e mutate esigenze dei suoi membri, l’accento venne posto proprio sulla necessità di conseguire una maggiore democraticità e rappresentatività all’interno delle comunità di base, come presupposto per il mantenimento, la promozione e lo sviluppo dell’effettività di quel legame reciproco che lega il singolo alla comunità di appartenenza, e la valorizzazione delle istanze dei gruppi di minoranza19)


  1. Cfr. P. Stefani, Introduzione all’ebraismo, Brescia, 1995, p. 11.
  2. Sull’oggettiva difficoltà di definire la natura religiosa dell’ebraismo, v. G. Filoramo, Prefazione, in Aa. Vv., Ebraismo, a cura di G. Filoramo, Roma-Bari, 1999, p. VII: "inteso come la religione degli ebrei, in effetti, esso si configura come una mescolanza originale di etnicità e religione. Mentre l’appartenenza ebraica, tradizionalmente coincidente con il fatto di nascere da madre ebrea, ricorda il volto etnico dell’ebraismo, la possibilità di aderirvi compiendo determinati riti d’ingresso ricorda il suo volto religioso, affidato alla libera scelta del singolo".
  3. Cfr. P Stefani, Gli ebrei, cit., pp. 10 s.
  4. Cfr., al riguardo, ancora P. Stefani, Introduzione all’ebraismo, cit., pp. 12 s.
  5. Così G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  6. R. Botta, L’attuazione dei princìpi costituzionali e la condizione giuridica degli ebrei in Italia, cit., p. 163.
  7. Cfr. D. Tedeschi, Presentazione della intesa con lo Stato al congresso straordinario dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, cit., p. XVII.
  8. Cfr. P Stefani, Gli ebrei, cit., p. 14.
  9. Cfr. D. Tedeschi, Presentazione della intesa con lo Stato, cit., p. XVII.
  10. Così G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  11. G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia, cit., p. 81.
  12. Il pensiero espresso, insieme ai due precedenti, viene così formulato da G. Sacerdoti, Ebraismo e Costituzione: prospettive di intesa tra comunità israelitiche e Stato, in Aa. Vv., Le intese tra Stato e confessioni religiose. Problemi e prospettive, a cura di C. Mirabelli, Milano, 1978, p. 86.
  13. Così R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560.
  14. Nell’opinione registrata nel capitolo V,21 del trattato Pirqè Avòt, del quarto ordine della Mishnàh, si legge infatti: "volgi la legge e rivolgila, tutto è in essa. Invecchia e logorati in essa, ma non allontanartene, perché non c’è regola di condotta migliore". Cfr. F. Manns, Leggere la Mishnàh, Brescia, 1984, p. 201.
  15. Cfr. R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560.
  16. Esodo, 24,7. Cfr. P. Stefani, Gli ebrei, cit., p. 28, che precisa che "non è affatto errato sostenere che, nell’ebraismo, la messa in pratica dei precetti e la determinazione della regole che presiedono alla loro esecuzione rappresentino la forma principale di esegesi biblica", tanto che si è più volte sostenuto la religione ebraica consistere, più che in una "ortodossia" (retta dottrina), piuttosto in una "ortoprassi" (retto modo di agire). Cfr. anche R. Bertolino, Ebraismo italiano e l’intesa con lo Stato, cit., p. 560, e G. Fubini, Le costanti della cultura ebraica (ovvero, una visione dell’ebraismo), in RMI, 1993/1-2, p. VIII.
  17. Cfr., al riguardo, M. F. Maternini Zotta, L’ente comunitario ebraico. La legislazione negli ultimi due secoli, Milano, 1983, p. 191.
  18. Cfr. V. Pedani, Note sul ruolo dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, in DE, 1998, II, p. 418.
  19. Cfr., al riguardo, G. Fubini, La condizione giuridica dell’ebraismo italiano, cit., p. 133.