CON UN GRANDE GRAZIE ALL'AMICO STEFANO GRANDESSO

CON UN GRANDE GRAZIE ALL'AMICO STEFANO GRANDESSO


L’Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei
Denunciare l’antisemitismo, oggi, appare una fatica pleonastica. Difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo nel ritenere l’odio nei confronti degli ebrei un sentimento che appartiene ai momenti più bui della Storia. Eppure ci troviamo, in questi difficili giorni, di fronte a un aumento esponenziale degli episodi che è davvero faticoso definire in altro modo. L’Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei.
Sui social questa campagna aggressiva raggiunge livelli sconcertanti. Per fare solo un esempio: la frase «Hitler doveva finire il lavoro», in varie declinazioni, è comparsa di recente in 17 mila messaggi su Twitter. La ragione di tutto questo? Il conflitto tra Hamas e Israele, ennesimo confronto in un Medio Oriente dove la pace appare in fuga ogni volta che sembra a portata di mano. Ora, senza entrare nelle ragioni di una guerra che prosegue da oltre un secolo né proclamare che Israele — o meglio il suo governo — sia esente da critiche, dobbiamo però chiederci perché ogni volta che la parola, in quel difficilissimo contesto, passa alle armi, nel mondo si crei uno tsunami di invettive (e azioni) contro Israele e gli ebrei.
E non sono solo le frange islamiste il motore di tutto questo: larga parte della politica e anche dell’opinione pubblica, non importa in quale Paese, rilancia regolarmente il veleno. Dunque: cos’è l’antisemitismo? Come distinguerlo da una legittima critica dello Stato ebraico? La risposta è semplice. È antisemitismo qualunque affermazione che, partendo dall’irrisolta questione palestinese, nega agli ebrei — e solo a loro — il diritto a vivere come una nazione indipendente. Così come il pugno scagliato contro un ebreo incontrato per caso a diecimila chilometri da Tel Aviv o Gerusalemme.
Il popolo ebraico è il popolo del Libro – e dei libri. La sua sopravvivenza, nella storia, è legata alla parola in cui ha trovato ogni volta rifugio. La sua capacità è stata quella di cercare l’infinito nello spazio tra le parole, in quel che resta ancora da leggere nel Libro di D-o, in quel che resta ancora da scrivere nel libro dell’uomo. La storia del popolo ebraico è saldata al libro infinito delle sue interrogazioni.
Primo lettore di D-o, l’ebreo ha trovato nell’amore per il Libro il suo orientamento e ha tradotto, parola per parola, nei suoi libri, le strade della sua erranza. Interprete incondizionato e testimone morale del Libro, che cosa sarebbe l’ebreo senza libro?
Donatella Di Cesare, filosofa
https://moked.it/blog/2010/04/19/cosa-sarebbe-lebreo-senza-libro/
Dal diritto all’uguaglianza al diritto alla diversità: l’intesa delle comunità israelitiche
Antonio Zappino
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO
FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA
Relatore: Rinaldo Bertolino
2000
https://www.morasha.it/tesi/zppn/index.html
(1) ....l’ebraismo sfugge ad ogni tentativo di definizione sintetica così come a qualsiasi classificazione entro la cornice rassicurante di precisi istituti, ponendosi piuttosto come la risultante di diverse componenti, che sono inscindibili l’una dall’altra senza snaturare l’essenza del fenomeno complessivamente considerato: ebraismo, popolo ebraico ed ebrei sono i tre termini di riferimento del problema, fra di loro non opposti ma non per questo esattamente coincidenti1).
L’ebraismo, infatti, non può essere semplicemente e riduttivamente identificato come un mero corpus di dottrine e di norme costituenti una religione nel senso in cui questo termine viene comunemente inteso2), ma neppure, del resto, soltanto con la globalità delle vicende storiche e culturali di un determinato popolo, né esclusivamente con la miriade multiforme di vicissitudini e di identità individuali proprie di ogni singolo ebreo3): queste schematizzazioni, purtroppo, hanno già ampiamente dimostrato la loro perniciosità dando origine, nelle varie epoche storiche, a definizioni della realtà ebraica che sono state incentrate via via sulla contrapposizione ad una sola delle sue costituenti principali, come, per esempio, ha fatto l’antigiudaismo quando ha visto l’ebraismo come un semplice insieme di dottrine e precetti puramente religiosi ormai contraddetti da una nuova rivelazione; quando l’antisemitismo ha incentrato l’identificazione dell’ebreo sulla base dell’elemento specificamente etnico e razziale, o quando l’antisionismo ha contestato alla collettività ebraica il diritto ad avere una propria manifestazione di carattere politico e statuale4).
L’approccio a tale particolare e ricchissima realtà dovrà allora partire da una visione d’insieme del fenomeno e rinunciare alla sinteticità della definizione, presentandosi l’ebraismo come una inobliterabile simbiosi "di cultura e di religione, di tradizione e di norme di comportamento, di popolo e di storia"5), caratterizzata da una partecipazione contemporanea di momenti religiosi e culturali, di "commistione tra ethnos e dimensione cultuale, che deriva dalla tradizionale identità tra norma civile e norma religiosa"6), e in cui l’aspetto strettamente religioso, proprio in quanto sfaccettatura di una vasta e composita realtà sociale ed istituzionale che si presenta assai più articolata7), non può essere considerato isolatamente dagli altri caratteri, anche se, storicamente, proprio questa componente ha ricoperto un ruolo di primaria importanza nel processo che ha portato alla costituzione prima ed al mantenimento poi di una identità ebraica8).
È così che l’ebreo impronta la propria esistenza a ciò che è molto più di una religione nella communis opinio, vero e proprio modus vivendi che impegna l’individuo in ogni momento della sua esistenza, in modo tale che non esiste nessun aspetto della vita che rimanga fuori della sfera e dell’influenza dell’ebraismo9), attraverso l’obbedienza ad un "vasto complesso di norme, volte a indirizzare la vita quotidiana dell’ebreo in tutte le sue manifestazioni, che va dai Dieci Comandamenti alla Toràh, che contiene la legge scritta, dal Talmud, che raccoglie le tradizioni e le leggi orali, alle numerose regole sulla vita matrimoniale, la proprietà fondiaria, i cibi proibiti, il riposo sabbatico"10); un sistema in cui "i concetti di "religione" e di "fede" non sono quelli più caratterizzanti, anche se difficile riesce a comprendere a chi si accosti al mondo ebraico quali ne siano i tratti più visibilmente "identificanti""11), estraneo alla "istituzionalizzazione delle credenze e dei riti" ed alla "professione di una dottrina di cui è depositario un magistero sovraordinato ai fedeli", ma fondato piuttosto "sulla credenza del Dio unico, e su una condotta di vita quotidiana ispirata ai precetti fondamentali di morale, di santità, di giustizia e solidarietà"12), e sulla "osservanza di determinate norme", invece che sulla "accettazione di una data teologia"13). Nella sostanza, un complesso di norme di comportamento, destinate ad un autentico corpo sociale, comprendente le proprie regole di organizzazione ed il proprio diritto: ed infatti, per un ebreo, la stessa nozione di libertà religiosa comporta la libertà di aderire non tanto ad una fede, quanto piuttosto ad una vera e propria legge14), intesa come regola e direttrice della propria condotta15).
Non stupisce, quindi, che l’intera tradizione giudaica ami citare ripetutamente il versetto che descrive il modo in cui il popolo, al Sinai, accolse l’offerta di alleanza con Dio proposta al popolo ebraico per il tramite di Mosè: "Tutto quanto il Signore ha detto faremo e ascolteremo"16).
Date queste premesse, emerge chiaramente la preminenza assoluta, nella "religione" ebraica, del momento sociale e collettivo-partecipativo alla vita comunitaria su quello più individuale e soggettivo, non essendo concepibile professare una tale religione a livello puramente intimistico e personale17). Proprio per questo motivo, sin dall’epoca romana gli ebrei in Italia si sono organizzati in comunità, enti territoriali autosufficienti, ed uniche formazioni sociali in grado di poter realizzare e sviluppare appieno la complessa identità religiosa, etnica e culturale dell’ebraismo, così che all’interno di esse, accanto alle attività a specifico contenuto religioso e cultuale, è normale rintracciare diverse funzioni pertinenti ad aspetti segnatamente culturali, educativi ed assistenziali18), sostanzialmente assimilabili a quelle dell’apparato dello Stato, il quale, coerentemente, nell’intesa stipulata nel 1987 ha riconosciuto all’ebraismo il carattere di confessione religiosa sui generis, ammettendo espressamente la competenza delle comunità ebraiche anche in relazione al perseguimento di finalità che - secondo i princìpi propri degli ordinamenti statali - sono da considerarsi come temporali, proprio in conseguenza della caratterizzazione dell’ebraismo come incarnazione di una collettività allo stesso tempo etnica, culturale e religiosa.
Non si deve pensare, però, che l’estrema importanza che viene in questo modo ad essere tributata alla vita comunitaria possa comportare una sorta di "azzeramento" delle singole personalità, e quindi delle possibili voci dissenzienti - che nondimeno devono esserci, in quanto ogni collettività è pur sempre la risultante di una pluralità di individui, le cui istanze possono convergere così come possono, talvolta, divergere su questioni anche non marginali -, all’interno di ogni comunità, come conseguenza dell’adesione ad un malinteso principio secondo cui la maggioranza è sovrana: infatti, le singole comunità, lungi dal fagocitare le esigenze ed i bisogni individuali dei propri membri, sono piuttosto deputate al compendio ma anche alla massima realizzazione delle molteplici istanze e bisogni dei loro appartenenti. Sintomatico è il fatto che, nel periodo che va dall’inizio degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Settanta, quando l’obiettivo dell’adozione dello strumento dell’intesa era, per le confessioni religiose diverse dalla cattolica, ancora ben lontano dal conseguire piena realizzazione, nei vari Congressi ordinari e straordinari dell’ebraismo italiano indetti per sopperire in qualche modo - nell’inerzia della controparte statuale - alle esigenze di svecchiamento e di adeguamento dell’ordinamento ebraico alle nuove e mutate esigenze dei suoi membri, l’accento venne posto proprio sulla necessità di conseguire una maggiore democraticità e rappresentatività all’interno delle comunità di base, come presupposto per il mantenimento, la promozione e lo sviluppo dell’effettività di quel legame reciproco che lega il singolo alla comunità di appartenenza, e la valorizzazione delle istanze dei gruppi di minoranza19)
"Ricordo il giorno in cui le mie studentesse, quasi tutte cristiane, stavano discutendo il peccato originale. Alla lezione successiva una studentessa ebrea venne da me e mi chiese: «Che cos’è questo peccato originale di cui stavamo discutendo la volta scorsa?». «Certamente lei conosce il peccato originale, se ne parla nel libro della Genesi», risposi. «No», disse. «Sono un’ebrea praticante da quarantuno anni e non ho mai sentito un rabbino o qualcun altro parlare del peccato originale.» Questa cosa mi aprì gli occhi. La distinzione tra la caduta e il peccato originale rese più acuta la mia consapevolezza di quanto il cristianesimo si era allontanato dalle sue radici ebraiche. Questa studentessa aveva studiato per anni con il rabbino Abraham Joshua Heschel e mi fece conoscere le sue opere.
Fu un dono enorme, e poco alla volta imparai ad amare la sua persona, la sua teologia e la sua testimonianza (era andato a marciare con Martin Luther King a Selma, per esempio). Heschel è stato un leader del dialogo tra ebrei e cristiani. Più passano gli anni e più mi piace tornare alla sua spiritualità dello stupore, della meraviglia, della grazia e della profezia, davvero una spiritualità incentrata sul creato. Se mi trovassi su un’isola deserta e mi fosse permesso di leggere soltanto un teologo, questo sarebbe Heschel. Certe volte quando lo leggo mi sembra di sentire le parole di coloro che furono i mentori di Gesù, il quale in fin dei conti era un ebreo.”
http://www.spiritualitadelcreato.it/confessioni-di-un-cristiano-ribelle/
INCIPIT
Vi è ormai una nutrita bibliografìa concernente la continuità, il legame e la necessità della conoscenza reciproca tra la
preghiera ebraica e quella cristiana, malgrado le opinioni contradditorie degli autori, in quanto spesso inseriscono le proprie presupposizioni nelle fonti storiche di cui trattano. Personalmente preferiamo muoverci nei limiti delle informazioni
ricavate dalle fonti testuali ebraiche: il Pentateuco, la M ishnah,
i frammenti manoscritti della Genizà del Cairo, e cristiane: i
vangeli, gli Atti degli apostoli, le epistole paoline, le stesure latina, greca e sahidica della Didascalia apostolica, la Didaché, la
Haggadah dei cristiani quartodecimani, in particolare Perì Pàscha di Melitone di Sardi, i testi apologetici cristiani, Breviari latini e Mega Horologion, ecc. Il nostro campo analitico
riguarda la liturgia comparata sinagogale e cristiana col riferimento particolare all’ora canonica, per cui il metodo utilizzato
si fonda sull'analisi testuale del significato dei salmi, secondo
l'occasione e il momento in cui vengono recitati, se si tra tta di
feste ebraiche, eb. moedim , o della liturgia delle ore
feriale/festiva latina e bizantina. In effetti, la pratica orante di
Gesù, non solo conferma l’uso della preghiera ebraica ma,
direi, ne risulta, perfino, rafforzata a giudicare dal desiderio
dei discepoli di imparare a pregare dopo che udirono la preghiera con cui il loro Maestro si rivolgeva a Dio Padre. Indubbiamente costoro dovevano essere particolarmente colpiti se
dissero: "Signore, insegnaci a pregare, com e anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli”
per altri studi dell'autrice
https://dialnet.unirioja.es/servlet/autor?codigo=3862394