«I palestinesi non sono un popolo e non hanno diritti». David Yosef, rabbino capo d’Israele: quando la religione diventa strumento di disumanizzazione
Non servono interpretazioni. Basta ascoltare le parole di David Yosef, rabbino capo sefardita d’Israele: «Il popolo palestinese non è un popolo, non lo è mai stato e non ha diritti qui. I diritti sono nostri».
Stop. «Non hanno diritti». Non lo dice un estremista qualsiasi. Lo dice il rabbino capo sefardita d’Israele, eletto per un mandato decennale, erede di una delle famiglie più influenti del rabbinato israeliano. Una delle massime autorità religiose ufficiali del Paese.
Ed è qui che la gravità esplode. Quando un uomo con questo ruolo afferma che milioni di persone non hanno diritti, non sta parlando di confini o trattative. Sta negando l’esistenza politica, storica e umana di un intero popolo.
Durante una visita al Gush Katif Museum, Yosef non si è fermato alla negazione dell’identità palestinese. Ha rivendicato territori palestinesi come proprietà esclusiva: «Gaza è la Terra d’Israele. Gaza è nostra, Nablus è nostra, Jenin è nostra, sono tutte nostre». E ha auspicato di «tornare» in quei luoghi.
Gaza. Nablus. Jenin. Non simboli religiosi: città reali, abitate da esseri umani reali. Gaza è stata devastata dall’offensiva israeliana. Nablus e Jenin sono città della Cisgiordania occupata. Quando un rabbino capo proclama «sono tutte nostre», non sta predicando: sta giustificando appropriazione territoriale.
Poi è arrivata la frase più violenta: «Solo per la profanazione delle sinagoghe, Dio distruggerà tutta Gaza e noi torneremo lì».
«Dio distruggerà tutta Gaza». Qui la religione viene piegata, deformata, trascinata dentro un discorso che giustifica la distruzione di un territorio abitato da esseri umani. La fede diventa un’arma retorica per cancellare un popolo.
Le parole sono sue. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. Sono già un manifesto di disumanizzazione.
Yosef prova a presentarsi come uomo di pace: «Io sono per la pace, ma quando parlo, loro sono per la guerra». Ma quale pace può nascere da:
«non sono un popolo»
«non hanno diritti»
«Gaza è nostra, Nablus è nostra, Jenin è nostra»?
Se l’altro non è un popolo, non devi riconoscergli autodeterminazione. Se non ha diritti, non devi rispettarne i diritti. Se la sua terra è tutta tua, la sua presenza diventa un ostacolo. Questo è il meccanismo politico e morale che le sue parole attivano.
E il contesto rende tutto ancora più grave. Gaza arriva da anni di distruzione. La Cisgiordania è schiacciata da insediamenti, operazioni militari, pressione continua. Proprio in questi giorni oltre cento ex diplomatici britannici e francesi hanno denunciato le politiche israeliane come un processo di cancellazione della Palestina.
Dentro questo scenario, «non hanno diritti» è benzina sul fuoco. «Gaza è nostra» è una rivendicazione territoriale. «Dio distruggerà tutta Gaza» è un messaggio politico mascherato da religione.
Il Council on American-Islamic Relations ha definito le dichiarazioni di Yosef una retorica «piena d’odio». Ma la questione riguarda chiunque creda nei diritti umani.
Perché i diritti umani non dipendono da David Yosef. Non dipendono da Netanyahu. Non dipendono da un cappello rabbinico.
I palestinesi esistono anche se lui dice che non esistono. Hanno città, famiglie, memoria, cultura, storia, identità e diritti. Esistono quelli di Gaza. Esistono quelli di Nablus. Esistono quelli di Jenin. Esistono quelli espulsi e i loro discendenti. Nessuna frase pronunciata da un’autorità religiosa può cancellarli.
Ed è qui che si vede la logica della disumanizzazione: prima si dice che l’altro non è un popolo, poi che non ha diritti, poi che la sua terra è tua, poi che Dio lo distruggerà. È una scala. E Yosef l’ha percorsa tutta.
Per questo le sue parole vanno riportate integralmente: «non hanno diritti», «sono tutte nostre», «Dio distruggerà tutta Gaza». Tre pezzi dello stesso discorso: negazione, appropriazione, distruzione.
E qui entra la responsabilità delle istituzioni israeliane. David Yosef non è un predicatore isolato. Quando fu eletto nel 2024 disse che avrebbe lavorato «per unire la nazione». Due anni dopo, davanti ai palestinesi, l’unità diventa cancellazione: non sarebbero un popolo, non avrebbero diritti, Gaza, Nablus e Jenin sarebbero «nostre».
E c’è una domanda che riguarda direttamente la religione: che cosa rimane di Dio quando il suo nome viene usato per giustificare la distruzione di un territorio abitato da esseri umani? Quando la fede viene usata per riconoscere dignità agli uni e negarla agli altri, smette di essere spiritualità e diventa uno strumento di potere.
David Yosef può parlare di redenzione e Terra d’Israele. Ma nessuna veste religiosa rende meno disumana una frase come «non hanno diritti». Anzi: pronunciata da un rabbino capo, la rende ancora più agghiacciante.
Davanti a Gaza, Nablus e Jenin, Yosef ha scelto parole che resteranno: «sono tutte nostre». Il problema è che quelle terre non sono vuote. Ci vivono i palestinesi. Proprio quel popolo che lui pretende di cancellare persino dalle parole.
Paolo Consiglio
Fonti principali:
– JFeed – dichiarazioni di David Yosef durante la visita al Gush Katif Museum: negazione dell’identità nazionale palestinese, affermazione secondo cui i palestinesi «non hanno diritti» e dichiarazione sulla distruzione di Gaza e sul ritorno israeliano nella Striscia, 23 agosto 2026.
– Al Jazeera – servizio sulle dichiarazioni del rabbino capo sefardita David Yosef relative ai palestinesi, a Gaza e alle città della Cisgiordania occupata, 22 agosto 2026.
– The Times of Israel e The Jerusalem Post – elezione di David Yosef a rabbino capo sefardita d’Israele, ruolo istituzionale e profilo biografico, 29 settembre 2024.
– Fonti secondarie:
– Council on American-Islamic Relations – condanna delle dichiarazioni di David Yosef sulla negazione dell’esistenza e dei diritti del popolo palestinese, 22 agosto 2026.
– The Guardian – lettera di oltre cento ex diplomatici britannici e francesi sulle politiche israeliane nei territori palestinesi, 22 agosto 2026.
Nota editoriale:
L’articolo costituisce analisi, opinione e critica dell’autore sulle dichiarazioni pubbliche di David Yosef e sul loro significato politico e religioso, nell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di espressione tutelata dall’art. 21 della Costituzione italiana e dall’art. 10 della CEDU.
Crediti foto: David Yosef durante la cerimonia di insediamento come rabbino capo sefardita d’Israele, Gerusalemme, 11 dicembre 2024. Foto: Chaim Goldberg/Flash90. Immagine adoperata a fini di cronaca e informazione, senza scopo di lucro, ai sensi dell’art. 65 della Legge 633/1941.
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