sabato 23 gennaio 2021

שַׁבָּת שָׁלוֹם




Iscrizione dello Shemà Israel sulla Menorah del Knesset a Gerusalemme

«Ascolta Israele il Signore è nostro Dio. Il Signore è uno. Benedetto il Suo nome glorioso per sempre. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io (cioè Dio) ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come separatore tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (delle città).E sarà, se ascolterete i Miei comandamenti, che oggi vi do, di amare il vostro Dio e di onorarlo con tutto i vostro cuore, con tutta la vostra anima e con tutte le vostre forze, (allora) vi darò rugiada per le vostre terre, pioggia primaverile ed estiva, così raccoglierete le vostre granaglie, il vostro vino ed il vostro olio, e darò erba per il tuo bestiame, e mangerete e sarete soddisfatti. Ma guardatevi dall'aprire i vostri cuori a rivolgervi al culto di altri dei, e di adorarli, perché (allora) l’ira di Dio sarà contro di voi, e chiuderà il cielo, e non ci sarà rugiada, e la terra non darà il suo prodotto, e passerete (sarete estinti) rapidamente dalla buona terra che Dio vi ha dato. E (quindi) mettete queste parole nel vostro cuore e nella vostra anima, e siano come parole sulle vostre mani e tra i vostri occhi, e insegnatele ai vostri figli, e pronunciatele quando riposate nelle vostre case, quando camminate per strada, quando vi addormentate e quando vi alzate, e scrivetele sugli stipiti delle vostre case e sulle vostre porte. Così saranno moltiplicati i vostri giorni e di giorni dei vostri figli nella terra che Dio promise ai vostri padri di dare loro, per tanto quanto durano i giorni del cielo sulla terra. E Dio disse a Mosè: dì ai figli di Israele di fare d’ora in poi delle frange agli angoli dei loro vestiti, e vi sia un filo azzurro in ognuna di queste frange. Questi saranno i vostri zizzit, e guardandoli ricorderete i precetti divini, e li osserverete, e non seguirete i (vezzi del) vostro cuore e (le immagini dei) vostri occhi, che vi fanno deviare seguendoli. Così ricorderete e osserverete tutti i precetti, e sarete santi per il vostro Dio. Io sono il Signore Dio vostro, che vi ha fatto uscire dalla terra di Egitto per essere il vostro Dio, Io sono il Signore, vostro Dio.»

domenica 10 gennaio 2021

Parashà di Shemòt Rav Scialom Bahbout

 





https://www.kolot.it/2021/01/08/il-leader-oratore-o-balbuziente/


Rabbi Nachman di Bratzlav racconta nella raccolta di storie Sippurè ma’asiyot che una volta, dopo una grande tempesta, un bambino e una bambina si perdono in un bosco e rimangono senza cibo. I ragazzi incontrano via via sette mendicanti (ognuno dei quali con un grave difetto), ascoltano il loro pianto e danno loro del cibo,  augurando loro di diventare simili a loro. I bambini continuano a vagabondare e a chiedere l’elemosina passando da un paese e da un mercato all’altro.

Attraverso un lungo percorso i due bambini arrivano in una fiera dove incontrano ancora uno alla volta i sette mendicanti che decidono di fare sposare i due bambini che intanto sono diventati adulti. Ognuno dei mendicanti, dopo aver raccontato chi è veramente, offre in regalo alla giovane coppia ciò che avevano prima augurato loro e che li  caratterizza meglio.

Il terzo di questi mendicanti è “balbuziente” e augura ai due ragazzi di diventare come lui. Il balbuziente per eccellenza nella storia d’Israele è Mosè che viene scelto per condurre il popolo d’Israele fuori dall’Egitto. Il mendicante balbuziente dice ai due ragazzi che non devono giudicarlo per il suo difetto di balbuzie: in realtà lui dice cose molto profonde e meravigliose che non tutti possono capire.

Nel racconto piuttosto complesso che qui non possiamo ricordare, la figura di Mosè è vista come la persona che porta il messaggio di colui che è chiamato l’uomo di verità e amore. Il suo essere balbuziente non è quindi un suo difetto, ma piuttosto un difetto da parte di chi non è capace di ascoltare e decodificare la sua “balbuzie”: è chiaro qui un riferimento alle parole della Torà che devono essere interpretate.

Mosè viene scelto come leader del popolo ebraico, nonostante non sia un grande oratore, un fatto che ci lascia sbalorditi: l’oratoria è una delle caratteristiche che influenzano l’uomo nella scelta di un leader, ma non può essere questo un criterio decisivo quando si deve scegliere una guida per una nazione.

Mosè quindi viene scelto non per la sua oratoria, ma per quanto ha dimostrato di sapere fare nel suo rapporto con gli altri. La Torà racconta tre episodi nei quali Mosè interviene per difendere i più deboli: l’egiziano che sta colpendo un ebreo; i due ebrei che stanno litigando e l’intervento di Mosè a difesa di chi aveva ragione; le difesa delle figlie di Jetro (si badi bene delle donne!) che i pastori avevano cacciato dal pozzo, dove erano andate per abbeverare il gregge. La scelta di una guida non deve dipendere dalla sua capacità oratoria, ma da quella di reagire alle ingiustizie, anche quando la si esercita senza avere un ruolo riconosciuto pubblicamente.

Il balbuziente ci dice sostanzialmente che le sue parole non sono completamente comprese da chi le ascolta e ci vogliono molte generazioni perché i segreti della Torà vengano alla luce: la medesima idea è espressa in altre parole dai Maestri:

Il balbuziente ci dice sostanzialmente che le sue parole non sono completamente comprese da chi le ascolta e ci vogliono molte generazioni perché i segreti della Torà vengano alla luce. La medesima idea è espressa in altre parole dai Maestri nel Midrash (Kohelet Rabbà: I, 2):

“C’è una cosa che si possa dire “guarda questo è nuovo”? Ciò è stato da sempre …” (Kohelet 1: 10).  

E’ scritto. “Mi dette le due tavole di pietra scritte con dito divino e su di esse c’erano tutte le parole … “ (Deuteronomio 9, 10). Ha detto Rabbi Yehoshua Ben Levì: per insegnarti che il testo scritto della Torà, la Mishnà, le Halakhot e le Hagadot e ciò che un allievo anziano insegnerà è stato già dato come Halakhà le-moshè mi-sinai (una norma a Mosè dal Sinai). Da dove (si deduce ciò)? Da quanto è scritto: C’è una cosa che si possa dire “guarda questo è nuovo”? La parte seguente del verso dimostra il contrario: ciò è stato da sempre”  

L’altro aspetto che prova come la scelta sia stata quella giusta è dimostrata dal tentativo di Mosè di sottrarsi a questo compito e di non essere alla ricerca di potere: Mosè alla fine accetta obtorto collo un incarico per il quale non si ritiene abbastanza idoneo e poi cercherà di trovare collaboratori per condividere le responsabilità.

Ogni società avrebbe molto da imparare da questa storia su quali sono i criteri per scegliere un leader.

Scialom Bahbout

Rabbi Nachman di Bratzlav:  Meziboz 1772 – Uman 1810 (Ucraina)


Fondatore del Hassidismo Bratzlav che pone in evidenza gli ostacoli molteplici che l’uomo incontra per conoscere il Signore e l’importanza della gioia, della semplice fede e il collegamento con un vero Zadik (giusto). Nipote del Baal Shem tov. La sua tomba a Uman è oggetto ogni anno di pellegrinaggio in occasione di Rosh hashanà. Tra i suoi scritti (in parte dovuti all’allievo Rabbi Natan di Nemirov): Sippurè Maasiyot, Likutè halakhot, Likutè Tefillot, likutè moharan, Tikun Klalì.

giovedì 24 dicembre 2020

METAFISICA E ANTISEMITISMO I Quaderni neri di Heidegger tra filosofia e politica



"Il rapporto tra filosofia e politica in Heidegger è sempre stato controverso. Com’è stato possibile che uno dei maggiori filosofi del Novecento abbia aderito al nazionalsocialismo e, soprattutto, non abbia mai riconsiderato la sua posizione anche dopo la Shoah? Con la pubblicazione poi di una parte dei Quaderni neri – il diario intellettuale nel quale Heidegger esprime alcuni giudizi antisemiti – la questione è divenuta ancora più scottante. Qual è il rapporto tra filosofia e politica, in questo pensatore e, più in generale, nei grandi filosofi? Se lo sono chiesto, partendo da Heidegger, alcuni dei principali studiosi del vecchio e nuovo continente.


PETER TRAWNY è direttore del Martin-Heidegger-Institut alla Bergische Universität di Wuppertal; JESÚS ADRIÁN ESCUDERO è professore alla Universidad Autónoma di Barcellona; DEAN KOMEL è professore all’Università di Lubiana; ALFREDO ROCHA DE LA TORRE è professore alla Universidad San Buenaventura di Bogotá; ADRIANO FABRIS è professore all’Università di Pisa."



L’antisemitismo “metafisico” di Martin Heidegger

sta in



cito "Ha notato giustamente Guido Ceronetti in un articolo sul Corriere della Sera che “se mai ci fu e ci sarà ‘un popolo dell’Essere’ quello è l’ebraico, che ha l’Essere e l’assolutezza dell’essere iscritti in quattro lettere che si ha paura di pronunciare. Negare all’ebreo di essere proprietà dell’essere e depositario del Nome che lo nomina, è negargli, in lingua heideggeriana, l’esserci, il dasein, dunque equivale a escluderlo, a sterminarlo. E’ la mano genocida in guanti di gomma. Per questo si può parlare di un antisemitismo tragico”.
Sarà pure tragico, vien fatto di rispondere, ma Heidegger lo prendeva molto sul serio. Un antisemitismo che non ha connotati razziali, bensì ontologici, e che considera l’ebreo come qualcosa di estraneo all’Occidente e alla sua storia "



giovedì 10 dicembre 2020

Intervista a rav Meni Steinsaltz: figlio di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz, da pochi mesi scomparso



 Il  testo  completo dell'intervista sta in

https://www.kolot.it/2020/12/09/intervista-a-rav-meni-steinsaltz-chiamatemi-solo-meni/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=kolot-intervista-a-rav-meni-steinsaltz-chiamatemi-solo-meni_253


Tra i tanti insegnamenti di vita da lui trasmessi, quale ti porti sempre appresso?


   
Che esiste l’infinito. Che si può sempre aggiungere ancora
  
un po’ di contenuto al recipiente. 






Cos'altro non sappiamo di lui ?


Che diceva sempre che non bisogna essere persone troppo

pie.Diceva che quando uno è troppo pio,

nasconde sicuramente qualcosa. Perde quasi di autenticità.

La fede è una cosa semplice, non bisogna complicare troppo 

le cose. A volte si arrabbiava e diceva: “Ma chi sei tu? Chi ti ha

dato l’autorizzazione di essere così pio?”.





martedì 1 dicembre 2020

Fede e vita nel giudaismo




"Il saggio del Fohrer introduce con fine sensibilità alla vita religiosa del giudaismo odierno, risalendone le ricche radici. A una breve esposizione del monoteismo ebraico e del significato che in esso trova la torà, fa seguito una minuta esposizione della vita religiosa di tutti i giorni, delle preghiere e dei riti liturgici, del sabato così come delle feste e dei giorni festivi più solenni, con attenzione particolare per le dottrine etiche e di fede che in quei riti si riflettono. Nelle pagine del Fohrer trova cosl espressione non soltanto il giudaismo veterotestamentario e rabbinico-talmudico, bensì anche quello che ha portato alla costituzione dei libri di preghiere attualmente in uso e che di essi si nutre."

domenica 29 novembre 2020

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma intervistato dal quotidiano Libero. La Buona Speranza Seconda Parte


 sta in  

https://www.kolot.it/2020/11/11/riccardo-di-segni-rabbino-capo-a-libero-come-laldila-per-noi-ebrei/#more-10786

Come ha reagito la sua comunità alla pandemia? E al lockdown?

«Come tutti: vivendo preoccupazioni, angosce, nevrosi indotte. E le difficoltà economiche che in alcuni casi sono state disastri micidiali. Per l’organizzazione comunitaria abbiamo dovuto fare sacrifici molto grandi».


Quali? 

«La vita religiosa in sinagoga e in grandi riunioni familiari è entrata in crisi, come il sistema di insegnamento. Però il mondo digitale ci ha spalancato platee di persone interessate che nemmeno pensavamo esistessero».


Avete perso molti membri della comunità?

«Sì, d’altro canto il virus del Covid non è razzista».


Qualcuno tra voi ha pensato che il Covid fosse una punizione divina? 

«Quando si parla in termini biblici di epidemie, esiste anche il tema della punizione. Ma oggi, nel nostro modo di concepire le cose, questo non è accettato. Piuttosto è il tema della responsabilità, che non può essere eluso».


Responsabilità da parte di chi?

«Se le cose vanno male esiste sempre una parte di responsabilità umana».


Prima ha evocato altre pandemie della storia. A quali si riferisce?

«La pestilenza del 1656 arrivò a Roma da Napoli. Ho tradotto le pagine del diario di un rabbino, Zahalon, che era anche un medico, che fu incaricato di gestire l’emergenza della comunità in quel momento. Le autorità pontificie sbarrarono i cancelli del ghetto e nella piazza antistante eressero una forca per dissuadere dalla disobbedienza. All’interno costruirono un lazzaretto. Era un regime terroristico. E ci furono tantissimi morti».


La prova terribile della Shoah non ha indotto il popolo ebraico a dubitare dell’esistenza di Dio? 

«La Shoah è stata attraversata da non credenti che sono rimasti tali, da persone che prima credevano e poi non hanno più creduto, e da tanti altri uomini e donne che invece si sono rafforzati nella fede. Il popolo ebraico ha un rapporto dinamico con il suo Creatore. Sa bene che la sua è una storia difficile, fatta di conflitti. Malgrado questo in molti di noi c’è una fede incrollabile».


La strage accanto alla Sinagoga di Vienna è l’ennesimo ritorno dell’antisemitismo?

«Ancora non è ben chiaro cosa sia successo. Abbiamo di fronte un avversario per il quale l’odio antiebraico è solo un condimento di una pietanza più complessa, in cui ci sono l’Occidente, il cristianesimo, l’ebraismo».


Esiste un antisemitismo di sinistra?

«Come no, è quello che gioca sull’equivoco dei poveri contro i ricchi, identificando erroneamente gli ebrei come detentori dei poteri economici. Un vizietto che già compare nel giovane Marx, per quanto fosse il nipote di un rabbino».


Chi è Gesù per gli ebrei?

«Prima di tutto un figlio del nostro popolo. Neghiamo che sia Dio e che sia il Messia, o un profeta. Ma comunque lo riconosciamo come parte della nostra storia».


Quando venne papa Francesco in sinagoga le disse che voleva discutere di teologia…

«E io risposi di no, perché ognuno ha la sua. Avere un dialogo non significa necessariamente andare d’accordo».


Cosa è la speranza per un ebreo?

«Intanto diciamo che c’è speranza. Poi ci possono essere speranze individuali e collettive. Ma soprattutto non basta dire speranza, deve essere buona speranza».


Perché buona?

«È un termine antico che compare nelle nostre preghiere, c’è speranza e speranza. E non è un caso che quando nel 1487 Diaz raggiunse un punto molto a Sud dell’Africa e gli diede il nome di capo delle Tempeste, alla corte portoghese qualcuno suggerì di non chiamarlo con un termine così negativo, ma con un nome beneaugurale. E dalla memoria inconfessabile di qualcuno che aveva imparato le preghiere ebraiche uscì, appunto, Buona Speranza».